Canapa, una storia lunga 12 mila anni: ascesa e declino di una pianta preziosa

Canapa, una storia lunga 12 mila anni: ascesa e declino di una pianta preziosa

Difficile, forse impossibile, stabilire chi per primo abbia deciso di lavorarla, certo è che l’esito deve essere apparso positivo da subito visto l’enorme importanza che questa pianta e i suoi prodotti hanno assunto e mantenuto nel corso dei secoli.

In Asia sono stati ritrovati reperti risalenti al 4 mila a.C. che ne lasciano intendere un uso nel settore tessile, mentre nel 2700 a.C., sotto l’imperatore cinese Shen Nung, era usata a scopo medico. Zoroastro nel 1000 a.C. la colloca al primo posto in un elenco di oltre 10 mila piante medicinali e contemporaneamente anche in India diventa fondamentale nei riti religiosi e, come si legge nel testo sacro dell’ Atharvaveda, nel trattamento degli stati d’ansia. Ippocrate, padre della medicina, già nel 400 a.C. raccomandava l’uso della canapa in vari trattamenti. Nel 150 a.C. in Cina vengono realizzati i primi fogli di carta di canapa e un paio di secoli dopo alcuni dei più antichi testi buddhisti vennero redatti su questo tipo di materiale.

Probabilmente la canapa si diffuse in Europa in tempi antichi, ma è a partire dal Medioevo che diventa elemento indispensabile nella vita e nell’economia occidentale. Nel Quattrocento la canapa è impiegata nella fabbricazione di funi, corde, reti ma anche di vestiti e biancheria poiché è resistente all’usura, non assorbe odori e umidità e non è attaccata da muffe e acari. Nel 1450 la Bibbia di Gutemberg fu stampata su carta di canapa (importata dall’Italia), così come nei secoli a venire le opere di Twain, Dumas, Hugo e perfino le prime bozze della Dichiarazione d’Indipendenza americana. Facile da lavorare, resistente e lucida divenne anche il materiale ideale per le tele dei pittori. Si stima che, fino alla fine del 1800, di tutta la carta fabbricata nel mondo quella prodotta con fibre di canapa fosse il 75%-90% del totale.

Parallelamente, a partire dal XIV secolo, la canapa riscuoteva successo anche in America e gli agricoltori erano non solo incentivati a coltivarla ma addirittura si rischiava di diventare fuorilegge se ci si rifiutava di farlo. Era usata come valuta e molti dei padri fondatori la coltivavano. George Washington parlava spesso nelle sue lettere della coltivazione di canapa: inizialmente preoccupato e dubbioso sulla possibilità che potesse prosperare sul suolo americano, si ricredette ben presto. Thomas Jefferson aveva piantagioni di canapa e Benjamin Franklin invece fondò una delle prime cartiere in America che utilizzasse cannabis. Nel suo Pennsylvania Gazette si trovano molti articoli in cui vengono riportati i benefici della canapa e i vantaggi nel coltivarla.

Fino all’inizio dell’800 la cannabis viene usata per curarsi sulla base di ricette tradizionali e della medicina popolare, ma nel 1838 qualcosa cambia grazie al dottor O’Shaughnessy. Dopo averne conosciuto i benefici in India, decide di pubblicare un articolo in cui analizza in dettaglio gli effetti della cannabis nel trattamento di diverse malattie, dal colera, al tetano alle convulsioni. Consapevole del rischio di un sovradosaggio e dei conseguenti effetti collaterali riporta metodi di preparazione e dosaggi consigliati. Nel 1850 la cannabis è presente nell’elenco dei farmaci e dei supplementi alimentari della farmacopea statunitense.

Nel secolo successivo assistiamo a un repentino crollo della situazione: dopo secoli e secoli di ottima reputazione, la canapa diventa tutto d’un tratto un nemico da combattere con ogni mezzo.

Con la nascita della Food and Drug Administration (FDA) negli USA, nel 1906, diventano necessarie etichette chiare e precise sue prodotti alimentari. Dieci ingredienti, compresa la cannabis, sono considerati “assuefanti” e anche se non espressamente vietati diventa indispensabile segnalarli su alimenti e preparazioni mediche.

Intanto la rivoluzione Messicana spinge ondate di migranti negli Stati Uniti, e gli americani si trovano a fare i conti con un uso nuovo della cannabis, ricreativo. Per la verità gli statunitensi non erano digiuni in fatto di uso ricreativo delle droghe, basti pensare alle fumerie d’oppio e hashish, ma la paura del diverso ebbe il sopravvento. Fu attuata una campagna mediatica razzista che associava neanche troppo velatamente gli immigrati a una serie di crimini commessi sotto l’uso di stupefacenti. Il termine gergale “marijuana”, cui vennero accomunate canapa e cannabis, divenne sinonimo di “straniero” e “pericoloso”. Gli USA voltarono le spalle a quella coltivazione che era stata tanto preziosa e generosa e cedettero a un isterismo generale dettato dal razzismo e dalla paura. In breve la marijuana divenne il simbolo dei reietti e della malvagità.

Il colpo di grazia arrivò dall’economia, con l’avvento di moderne tecnologie e prodotti: l’industria del legname e del nylon, ma anche quella del cotone, fecero di tutto per indebolire la concorrenza, già minata da una nuova prospettiva culturale che giocava a suo sfavore.

Nel 1937 il presidente Roosvelt firmò il Marijuana Tax Act, che imponeva una tassa sulla vendita della cannabis ma paradossalmente l’American Medical Association si oppose con forza alla proibizione della marijuana e non la demonizzò affatto. Dichiarato incostituzionale nel 1969, il Marijuana Tax Act fu immediatamente sostituito dal Comprehensive Drug and Abuse Prevenction Act (1970), che divideva le droghe in cinque tabelle in base alla loro capacità di dare dipendenza. La canapa e la marijuana furono inserite nella “tabella I”, tra le droghe ad elevato potenziale di abuso e con nessun impiego medico riconosciuto, segnando indelebilmente il destino della canapa.

Dopo anni di demonizzazioni e una campagna di stigmatizzazione, va detto, assolutamente riuscita, negli ultimi anni qualcosa sta cambiando. Nuovi studi e ricerche sui cannabinoidi, in particolare THC e CBD, stanno provocando un’ inversione di tendenza culturale ed economica. In particolare il cannabidiolo (CBD), privo di effetti stupefacenti, si sta rivelando un prezioso alleato della medicina moderna.

Sull’onda di un rinnovato interesse per questa pianta dalle innumerevoli qualità pare ormai avviata un’era della canapa 2.0

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Sara