Piramidi, faraoni e canapa. Il mistero della cannabis nell’antico Egitto

Piramidi, faraoni e canapa. Il mistero della cannabis nell’antico Egitto

Opinioni discordanti

Sull’uso della cannabis nell’antico Egitto si discute da tempo basandosi su molteplici ricerche e documentazioni, ma non si riesce ad avere un quadro chiaro sul quale gli studiosi concordino. Secondo alcuni la canapa non era conosciuta né diffusa, però esistono testimonianze archeologiche che contraddicono queste tesi.

La scarsità di reperti materiali e di prove concrete rende il dibattito vivace: resti di tessuti o pollini sono praticamente inesistenti.

Sono venuti alla luce ritrovamenti di tessuti in canapa nella tomba di Akhenaton, faraone che regnò nel XIV secolo a.C., ma non esistono altri reperti del genere. In merito ai pollini possiamo far riferimento agli studi della Dott. ssa Svetlana Balabanova, tossicologa ed endocrinologa presso l’Istituto di medicina legale di Ulm, che però hanno suscitato reazioni contrastanti. Secondo la Balabanova il polline rilevato nella mummia di Ramesse II (1200 a.C.) e in una mummia dell’epoca tolemaica (100 a.C.) e, soprattutto, la presenza di THC, dimostra che gli antichi egizi facessero uso della cannabis. Molti studiosi hanno contestato le sue ricerche, sospettando la contaminazione dei reperti.

Potendo far conto su pochi resti materiali si è cercato di trovare risposte nei geroglifici.

Lo studioso Warren Dawson identificò la Cannabis nel geroglifico ŝmŝmt (shemshemet).

La sua intuizione trova riscontro in diversi testi, fra cui i “Testi delle Piramidi”, nei quali si può leggere: “Il Re ha legato le corde della pianta ŝmŝmt”, il che potrebbe ricondurre all’utilizzo della fibra di canapa per produrre cordame e materiale tessile.

In un papiro più recente (ma parliamo comunque del 1700 a.C.!) si legge: “Un trattamento per gli occhi: sedano; ŝmŝmt; viene pestato e lasciato nella rugiada per tutta la notte. Entrambi gli occhi del paziente devono essere lavati con questo alla mattina”. Sembrerebbe una vera e propria ricetta per un collirio con cui trattare una patologia degli occhi, probabilmente il glaucoma. Risale invece al 1100 a.C. circa il Papiro di Berlino: “Un rimedio per trattare l’infiammazione: foglie di ŝmŝmt; olio bianco. Da usare come un unguento”.

Questi scritti testimoniano un frequente e diffuso uso terapeutico della canapa, protagonista di ricette e preparazioni mirate a curare le patologie più disparate.

La Dea Seshat 

Resta avvolta in un fitto alone di mistero la divinità Seshat, che ha attirato l’attenzione degli studiosi: questa dea viene raffigurata con una sorta di stella a sette punte sopra la testa che ricorda in modo evidente la foglia di cannabis. Dea della saggezza e della conoscenza, Seshat era protettrice degli architetti e dell’aritmetica, custode degli scritti religiosi e degli annali reali.

Nonostante non esista alcun tempio a lei dedicato e siano state celebrate poche festività in suo onore, Seshat era considerata una figura molto vicina al faraone. Si riteneva che intervenisse concretamente nello svolgimento di parecchie funzioni legate alla sovranità quali incoronazioni e giubilei ma anche nella costruzione dei templi.

Perché associarla alla cannabis? Lo stelo che sorregge la stella-foglia è stato interpretato come canale di apertura della ghiandola pineale, attivata appunto dalla canapa. Su alcuni sarcofagi del Medio regno si legge “Seshat vi aprirà le porte del paradiso”: un’allusione al potere psicoattivo della cannabis?

 

Ancora molto da scoprire!

L’Egitto al tempo dei faraoni rappresenta l’eden del coltivatore di canapa: sole, caldo, il fiume Nilo come fonte d’acqua… ma le piramidi nascondo infiniti misteri e l’uso della cannabis resta uno di essi: c’è ancora tanto da scoprire, non possiamo far altro che mantenere viva la curiosità e lo spirito di ricerca!

 

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Sara